Abito in questo palazzo vecchio qui a Roma, uno di quei posti con cortili stretti e finestre che si guardano dritto negli occhi. L’estate era calda da morire, io sul balcone con il caffè in mano, l’odore forte che saliva dalla tazza. Una macchina passa in strada, romba piano, e io guardo di là, nell’appartamento del vicino. Marco, si chiama così, quel tipo robusto con la mascella squadrata e i tatuaggi sulle braccia. La sua luce è tamisée, gialla, il rideau si muove appena, come se respirasse.

Lo vedo. È in piedi, pantaloni calati alle caviglie, la mano destra che pompa forte su quella cazzo enorme, venosa, dritta come un palo. Suda, il petto peloso luccica. Geme piano, ‘cazzo, sì…’, e i suoi occhi? Mi sembra che guardino verso di me. Io mi blocco, il cuore mi batte forte, la figa si bagna all’istante. E se mi ha vista? Non spengo la luce, resto lì, le tette che spingono contro la canottiera sottile. Lui accelera, il pugno che scivola sul gambo spesso, il glande viola che luccica. Io mi tocco piano, attraverso i pantaloncini, l’adrenalina dell’essere vista mi fa tremare.

Lo Sguardo Rubato dalla Finestra

Passano i giorni, ogni sera lo spio. Lui sa, lo sento. Un giorno il rideau si apre di più, mi mostra tutto: si gira, mi offre il culo sodo, poi torna di fronte e spara fiotti di sborra sul vetro. Io vengo in silenzio, le gambe molli, il profumo del gelsomino dal cortile che si mescola al mio sudore. La tensione è elettrica, proibita, i vicini intorno potrebbero accorgersi. Ma io voglio di più, quel cazzo dentro di me.

Non resisto più. È notte fonda, i bambini dormono, il marito ronca. Scendo piano le scale buie, l’odore di muffa della cantina comune mi avvolge. La porta è socchiusa, lui è lì, in mutande, il suo cane grosso legato in un angolo che ansima. ‘Ti aspettavo, troia’, mi dice con voce roca, afferrandomi per i fianchi. Io ansimo, ‘Shh, e se ci sentono?’. Ma lui mi spinge contro il muro umido, mi strappa le mutande, le dita ruvide che aprono la mia figa fradicia. ‘Sei bagnata come una puttana’, ringhia, e infila due dita dentro, me le fotte forte.

L’Esplosione nella Cantina Nascosta

Mi gira, mi abbassa, ‘Succhia’. Il suo cazzo mi riempie la bocca, salato, pulsante, lo prendo fino in gola, tossisco ma continuo, la saliva che cola. Il cane guaisce, la catena tintinna, e io ho paura: e se passa qualcuno? Lui mi incula la bocca, ‘Brava, ingoia tutto’. Poi mi alza, mi sbatte sul tavolo polveroso, le gambe spalancate. ‘Prendilo’, e mi penetra di colpo, quel mostro mi spacca in due, la figa che si contrae intorno. ‘Cazzo, sei stretta!’, grugnisce, pompando selvaggio, palle che sbattono sul mio culo. Io urlo piano, ‘Più forte, scopami!’, le unghie nel suo dorso, sudore che gocciola.

Sento passi sopra, una porta che sbatte, il panico mi eccita di più. Lui mi tappa la bocca, mi fotte come un animale, il cazzo che pulsa. ‘Vengo dentro’, ansima, e schizza, sborra calda che mi riempie, cola fuori. Io esplodo, orgasmo che mi fa vedere stelle, la figa che lo munge. Crolliamo, ansimanti, il cane ci fissa con occhi gialli.

Rientro di soppiatto, le cosce appiccicose di sborra, il corpo tremante. Ora ogni finestra brilla di segreti, ogni vicino nasconde desideri. Marco mi fa l’occhiolino dal balcone, e io sorrido. La coproprietà non è più la stessa: è un nido di lussuria, e io ne sono la regina.

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