Ero sul balcone, fa un freddo umido del cazzo qui a Milano, quel grigio normanno che ti entra nelle ossa. Indosso pantaloni neri strettissimi in stretch, maglione rosa di lana attillato, collo largo, e niente reggiseno, le tette libere che si muovono piano. Sopra, parka lungo caldo. Odore di caffè forte dalla tazza, vapore che sale. Sento una macchina passare lenta in strada, fari che sfiorano il palazzo di fronte.
L’appartamento di là, luce tamisée, rideaux che si muovono appena. I vicini preparano il carnevale di quartiere, maschere, coriandoli. Lo vedo lui, il vecchio del quarto piano, basso tozzo, capelli bianchi. Mi fissa dal suo balcone, mentre armeggia con un costume peloso. Gorilla? Beh, sì, quel coso da King Kong. I nostri sguardi si incrocciano. Lui sorride storto, io mi lecco le labbra, zucchero di una mela caramellata ancora appiccicoso sul mento. Rosso vivo, come il mio rossetto. Sento un brivido, le tette si induriscono sotto la lana. Proibito, così vicino, un vicino che mi spia da anni.
Sguardi bollenti dal balcone
Esco, lui mi fa l’occhiolino. ‘Vieni stasera alla casa degli orrori, bellezza?’, grida piano. Cuore che batte forte. Vado, gomito a gomito con la folla del quartiere. Barba a papa in mano, filo rosa che mi cola sul mento, colloso. La vecchia al botteghino, con anelli da zingara e foulard sui capelli bianchi, ghigna: ‘Torna presto, eh?’. Entro nel tunnel nero, urla finte, risate cattive. Manichini torturati, luci blu e rosse, come un B movie di Bava. Toile d’araignée ovunque.
Il mio wagonnet è solo, ultimo. Aspetto, parka aperto, tette premute sulla sbarra di sicurezza. Eccitazione che sale, figa che si bagna. Sento passi pesanti. Il gorilla salta dentro, peli sintetici, grugniti da bestia. Mi riconosce, passa la zampa grande sui miei capelli, poi giù, sotto il parka. ‘Brava ragazza’, mugugna con voce umana, rauca. Mi palpa le tette attraverso il maglione, capezzoli duri che sfregano la lana. Rido nervosa, ‘Piano, ci vedono’. Ma lui tira su il maglione di scatto, tette al vento, sollevate dalla sbarra. Le strizza forte, fourrure che graffia i capezzoli, delizia pura.
La fellatio selvaggia nel tunnel buio
Si alza, zip tra le cosce pelose. Esce una cazzetta rigida, umana, vecchia, peli pubici bianchi, usata da anni. ‘Succhiala, troia del palazzo’, sussurra, occhi neri lucidi dietro la maschera. La guardo, rabberciata ma dura. Mi spinge la testa giù, mento appiccicoso di zucchero che si mischia ai suoi peli. Apro la bocca, la prendo tutta, sapore salato, vecchio. Mani nei capelli, mi scopa la bocca con spinte veloci, come un scimpanzé eccitato. Grugnisce terrorizzato, ‘Shh, i vicini!’, ma continua, cazzo che pulsa.
Luce in fondo al tunnel, usciamo presto. Paura di essere visti, un altro vicino che passa? Accelerano, sborra calda mi invade la bocca, densa, amara. Non mi lascia finire, si tira via, schizzi bianchi sulle tette. Ultima goccia sul mento. Prima di saltare via, afferra i miei capelli, si asciuga il glande, strizzando bene, gerbe appiccicosa sulle ciocche. ‘Grazie, vicina’, ride basso, cazzo fuori, sparisce.
Esco stordita, sapore di sborra in bocca, maglione che si incolla alle tette sporche. Mi sistemo i capelli, mèches unte come gel da sua crema. Lo trovo mio marito alla festa, ride: ‘Ora porti la barba, amore?’. ‘Barba a papa’, balbetto, sorridendo. Dentro, segreto bollente. Ora ogni luce dal palazzo di fronte mi fa bagnare. La coproprietà non è più la stessa, quel gorilla ha aperto porte proibite.