Ero lì, sul mio balcone stretto, con una tazzina di caffè ancora calda in mano. L’odore forte mi saliva nelle narici, misto al profumo di gelsomino dal cortile. Era una sera d’estate umida, a Roma, in questo condominio vecchio dove tutti sanno i fatti degli altri ma fingono di no. Una macchina è passata lenta in strada, i fari hanno sfiorato le tende dell’appartamento di fronte. Quelle di Maria, la vicina del terzo piano. Lei, sui quarant’anni, mora formosa, sempre con quel sorriso malizioso.

Ho alzato lo sguardo per caso. La luce nel suo salotto era tamisée, arancione, filtrata da un vecchio paralume. Il rideau si è mosso appena, come se un alito di vento l’avesse sfiorato. Ma no, era lei. Si è tolta la camicetta piano, i seni pesanti che ballonzolavano liberi sotto il reggiseno nero. Mi ha vista, Sofia, seduta qui con le gambe accavallate. I nostri occhi si sono incatenati. Ha esitato un secondo, poi ha sorriso. Un sorriso lento, complice. Ha slacciato il reggiseno, lasciandolo cadere. I capezzoli duri, scuri, puntavano verso di me. Il cuore mi batteva forte. ‘Cazzo, mi sta provocando’, ho pensato. Ho sentito un calore tra le cosce, la mia fica che si bagnava piano.

Lo Sguardo Proibito dal Balcone

Lei non ha smesso. Si è girata di profilo, ha abbassato le mutande, quel culo tondo e morbido esposto. Si è toccata, una mano sul seno, l’altra tra le gambe. Si strofinava la figa rasata, le labbra gonfie che luccicavano sotto la luce fioca. Io non ce la facevo più. Le mie mutande erano zuppe. Ho aperto le gambe, tirato su la gonna, infilato una mano dentro. Le dita scivolavano sul clitoride gonfio. Lei accelerava, gemendo piano – lo sentivo attraverso il silenzio della via. Un’altra macchina è passata, ho trattenuto il fiato, ma lei ha continuato, fissandomi.

Poi, un bussare alla porta. Ho ritratto la mano, cuore in gola. Ho aperto, e c’era lei, in vestaglia leggera, i capelli scompigliati. ‘Sofia, cara, ho visto che guardavi… vuoi entrare? O preferisci qui?’. La sua voce era roca, eccitata. L’ho tirata dentro, il salotto illuminato solo dalla TV spenta. Le ho strappato la vestaglia, i suoi seni contro i miei. ‘Stronza, mi hai fatta impazzire’, ho ringhiato. Le nostre bocche si sono unite, lingue che si divoravano. L’ho spinta sul divano, finestre aperte sul balcone, tende semiaperte. Rischio che i vicini vedessero – quello del piano di sopra, o il vecchio del basso.

L’Incontro Esplosivo e il Rischio di Essere Visti

Le ho aperto le cosce, la sua fica fradicia, odore muschiato che mi invadeva. ‘Leccami, troia’, ha sussurrato. Ho affondato la faccia lì, lingua sulla cappella del clitoride, succhiando forte. Lei urlava piano, ‘Sì, cazzo, più dentro!’. Le ho ficcato due dita in culo, mentre la leccavo, la figa che schizzava succo sul mio mento. Ha tremato, venendo violenta, le pareti della fica che pulsavano intorno alla mia lingua. Poi mi ha girata, ‘Ora tocca a te’. Mi ha divaricate le gambe sul bordo divano, mi ha infilato tre dita nella passera bagnata, pompendo duro. ‘Guarda fuori, Sofia, vediamo se ci beccano’. Il brivido mi ha fatto esplodere, ho spruzzato sul suo polso, gemiti soffocati per non svegliare il palazzo. Ha continuato, mordendomi i capezzoli, fino al secondo orgasmo, le cosce che tremavano.

Ci siamo accasciate, sudate, ansimanti. Ha chiuso le tende piano, un ultimo sguardo complice. ‘Questo resta tra noi, ma… rifacciamolo’. Le ho sorriso, la fica ancora che fremeva. Ora, ogni volta che vedo le sue luci accese, mi bagno. Il condominio non è più lo stesso: un segreto carnale ci lega, un filo di lussuria che ci fa fremere nei corridoi. Chissà chi altro osserva.

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