Ero sul balcone, caffè in mano, quell’odore forte che mi pizzicava il naso. Notte fonda, aria fresca di Milano. Dall’altra parte della corte interna, appartamento di Marco, luce tamisée che filtrava dalla finestra aperta a metà. La tenda bianca si muoveva piano, come sospinta da un alito di vento. Ho guardato, curiosa. E lì… cazzo, lui era nudo, legato su un tavolo basso nel soggiorno. Polsi e caviglie fissati con corde solide, braccia spalancate, cazzo mezzo duro che penzolava. Non si ricordava come c’era finito? O era un gioco suo? Cuore mi batteva forte, adrenalina pura. I vicini dormivano, ma bastava una luce accesa…

I nostri occhi si sono incrociati. Mi ha vista, ha sbarrato gli occhi, ma non ha gridato. Ha mosso la testa, un sorriso storto? O terrore? Io sentivo la fica che si bagnava già, mutandine umide. Pensavo: ‘E se passa la vecchia Rossi con il cane? O il tipo del terzo piano?’ Ma quel proibito mi eccitava da morire. Ho lasciato la tazza, balcone deserto, ho attraversato la corte in punta di piedi. Suono piano. Nessuna risposta. Provo la maniglia – aperta. Entro, chiudo dietro. Lui lì, esposto, sudato. Depongo le chiavi vicino alla porta, lo fisso. ‘Finalmente sveglio, Marco… Io sono Sofia, la tua vicina italiana che ti spia sempre. Ti ho visto dalla finestra. Che cazzo fai legato così?’

Lo sguardo proibito dalla finestra

Lui ansima: ‘Sofia… non dire niente, ti prego. Era un gioco, ma lei se n’è andata e ha chiuso male.’ Io rido piano, mi avvicino, nuisette leggera che mi fascia il corpo nudo sotto. La luce gialla illumina i suoi muscoli tesi. Mi chino sul suo viso, fingo un bacio. Lui gira la testa, schivo. ‘Non ti toccherò, stronza!’ Ma io insisto, massaggio capelli, scendo sul petto, pizzico i capezzoli duri. Sento il suo respiro accelerare. Riprovo il bacio, lui evita. Terza volta, succhio il lobo dell’orecchio. Gira, e io planto la bocca sulla sua, lingua dentro, avida. Mi stacco, lecco le labbra. ‘Prima vittoria, eh?’ Chiude gli occhi, finge indifferenza.

Mi alzo, tacchi che battono sul parquet. Prendo saliva in bocca, scendo lungo il suo corpo con le dita. Gambe tese. Monto sul tavolo, a cavalcioni sulle sue cosce. Calore della sua pelle contro la seta sottile. Profumo mio di vaniglia lo fa fremere. Soffio sulle palpebre chiuse. Inizio a strofinare la fica bagnata sul suo cazzo che si indurisce subito. ‘Apri gli occhi, vicino.’ Geme piano. Lo guardo: tette sode che ballano, capezzoli turgidi. Sudore sulla gola. Hanche mie che spingono, clitoride gonfio contro la sua asta venosa. Paura? Sì, una macchina passa in strada, fari che sfiorano le tende. Qualcuno ci vede? Quel brivido mi fa gemere forte.

Il sesso crudo sul tavolo e il brivido del rischio

Lo infilo dentro, fino in fondo. ‘Cazzo, Marco, sei grosso… ti scopo io ora.’ Va e vieni lenti, poi selvaggi. Fica che lo stringe, succhia il suo cazzo pulsanti. Lui ansima: ‘Sofia, porca… più forte!’ Io sudo, capelli appiccicati, tette che rimbalzano. ‘Senti come sono bagnata per te, legato e indifeso.’ Acceleriamo, tavolo che cigola. Paura che i vicini sentano, ma eccitazione esplode. Hanche mie cambrate, spasmi. ‘Vengo, cazzo!’ Lui esplode dentro, sborra calda che mi riempie. Urlo soffocato, orgasmo eterno, corpi tremanti. Fuori, cane abbaia lontano.

Ci calmiamo, respiri pesanti. Lo slego piano, baci appassionati. ‘Era il nostro gioco? Safe word?’ Ride: ‘Circlusion, non l’hai detto.’ Ci abbracciamo nudi sul pavimento. Ora, ogni volta che vedo Marco in corte, o la Rossi che spia, sento quel segreto tra le cosce. La coproprietà? Un covo di desideri repressi. Non vedo l’ora del prossimo sguardo.

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