Era una notte calda d’estate, qui a Roma, nel nostro condominio vecchio ma affascinante. Il mio ragazzo mi aveva lasciata lì, nuda sul letto king size, braccia tirate su legate ai ferri della testata con polsiere di pelliccia rosa, caviglie spalancate ai piedi, ginocchia bloccate da cinghie che aprivano tutto. Un gag-ball in bocca, saliva che colava. ‘Torno presto, troietta mia’, aveva detto, prendendo le mie chiavi e i vestiti. Gioco perverso, mi eccitava da morire l’idea di essere esposta così.
Finestra aperta sul balcone, tenda di voile che ondeggiava piano col venticello tiepido. Odore forte di caffè dalla mia tazzina dimenticata lì fuori. Silenzio rotto solo da un’auto lontana in via Appia. Sudavo, la fica esposta pulsava già d’eccitazione. Paura e desiderio mischiati. Poi… un rumore. La porta d’ingresso, che non aveva chiuso bene, si aprì piano. Corrente d’aria fredda mi accapponò la pelle. Nessun rumore di macchina nel parcheggio sottostante, niente luci accese. Chi cazzo era?
Lo sguardo furtivo e la tensione che sale
Respiro pesante, passi felpati sul parquet. Un fruscio contro il mobile dell’ingresso. Il cuore mi batteva forte. Vidi un filo di luce dalla torcia nel corridoio buio. Si avvicinava. Mi feci piccola, ma inutile, legata come una puttana in vetrina. La luce balenò nella stanza, si fermò su di me. ‘Porca Madonna’, mormorò una voce maschile, bassa, eccitata.
Era lui, Marco, il vicino di pianerottolo. Alto, muscoloso, quel tipo che salutavo sempre con un sorriso malizioso in ascensore. Pensava l’appartamento vuoto, il proprietario via. Invece, eccolo lì, occhi fissi sulle mie tette pesanti che tremavano, sulla mia figa rossa rasata, bagnata.
Si avvicinò lento, come un lupo. Tolse il gag, mi diede acqua. ‘Cosa cazzo fai qui così?’, chiese, ma la sua mano già sfiorava la mia pelle. Liberò mani e piedi piano, ma non prima di sfregare i capezzoli duri. ‘Sei… perfetta’, sussurrò. Il desiderio saliva, proibito, vicini, rischio che qualcuno passasse.
L’esplosione di piacere crudo e rischioso
Mi girò, tette schiacciate sul materasso, culo in aria. ‘Ti scopo ora, non resisto’. La sua cappella grossa contro la mia fessura fradicia. Entrò piano, poi spinto forte, cazzo duro che mi riempiva fino in fondo. ‘Ah sì, troia bagnata!’, grugnì, pompando selvaggio. Io gemevo: ‘Più forte, Marco, scopami la fica!’. Sudore, schiocchi di pelli, letto che sbatteva. Paura costante: ‘Shh, i vicini sentono… la signora del 4°…’. Ma eccitazione doppia, luce fioca da appartamento di fronte, tenda che si muoveva, auto che passava lenta.
Mi prese i fianchi, mi sbatteva come una bambola, dita sul clito gonfio. ‘Vengo, cazzo!’, urlai, orgasmo che mi squassava, pareti che stringevano il suo uccello venoso. Lui tirò fuori, mi girò, mi ficcò in bocca: ‘Succhia, puttana’. Sborrò caldo in gola, io ingoiai tutto, leccando.
Ci calmammo ansanti, corpi appiccicosi. Mi coprì con una coperta, mi baciò. ‘Segreto nostro, eh?’. Andò via furtivo. Ora, ogni volta che lo vedo in cortile, o sento i suoi passi, la fica mi bagna. Il condominio non è più lo stesso: pieno di segreti carnali, occhiate complici, brividi pronti a esplodere di nuovo.