Ero sul balcone, caffè in mano, quell’odore forte che mi avvolgeva nell’aria umida della sera. Estate romana, luci tamisée negli appartamenti intorno. Di fronte, la finestra del terzo piano, tenda che si muoveva piano, come se respirasse. Lui, il russo, quel tipo sui 55 anni, bel uomo con capelli grigi e spalle larghe. Viveva solo, o almeno così sembrava. Lo vedevo spesso lì, vodka in mano, camicia aperta sul petto peloso.

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I nostri sguardi si incrociarono per la prima volta una settimana fa. Io in vestaglia leggera, lui mi fissava. Sorrisi, lui ricambiò. Cuore che batteva forte. ‘Cazzo, mi sta guardando le tette’, pensai. Da allora, ogni sera, lo stesso gioco. Io mi sporgevo un po’, lasciavo che la vestaglia scivolasse, mostrando una coscia. Lui si eccitava, lo vedevo dal rigonfiamento nei pantaloni. Un brivido, l’adrenalina di essere vista, proibito, con i vicini che potevano passare in macchina giù in strada.

Lo Sguardo che Brucia dalla Finestra

Ieri sera, non ce la facevo più. Balcone mio, luce bassa, caffè finito. Aprii di più la tenda, mi toccai piano la figa sotto la vestaglia, umida già. Lui di fronte, occhi fissi, mano che si muoveva sul cazzo attraverso i jeans. Un’auto passò lenta in via, fari che sfiorarono i balconi. Trattenni il fiato. Lui fece un cenno, ‘vieni da me’. Io esitai, ma annuii. Scesi le scale veloci, cuore in gola.

Bussai piano alla sua porta. Aprì subito, odore di vodka e sudore maschile. ‘Ti ho vista, italiana troia’, disse con accento russo pesante, afferrandomi la vita. Mi tirò dentro, ma io lo spinsi verso il balcone. ‘Qui, fammi vedere che hai’, sussurrai eccitata. Finestra aperta di fronte alla mia, rischio che qualcuno guardasse. Mi abbassò la vestaglia, tette libere, capezzoli duri. ‘Bella figa’, mugugnò, mano tra le cosce. Ero fradicia, dita che scivolavano dentro facile.

Mi spinse contro la ringhiera, gonna alzata, mutande strappate via. Leccò la figa come un lupo, lingua grossa che entrava, succhiava il clito. ‘Ah… cazzo… sì…’, gemevo piano, mano in capelli. Paura: una voce dal basso, vicini che parlavano. Lui non si fermò, due dita in fica, pompa forte. Io venni subito, gambe tremanti, succo in bocca sua. ‘Ora il mio cazzo’, ringhiò, si slacciò, verga grossa, venosa, cappella rossa.

L’Esplosione di Piacere e il Terrore di Essere Scoperti

Mi girò, mani sulla ringhiera, mi penetrò di colpo. ‘Aaaah! Piano!’, ma spingeva già, palle che sbattevano sul culo. ‘Troia da vicino, meglio che guardare’, grugniva. Io ansimavo, ‘Scopami più forte, ma zitto… i vicini…’. Finestra mia aperta, luce accesa, se qualcuno guardava vedeva tutto. Cambiò, mi mise sul tavolino del balcone, gambe spalancate, cazzo che entrava profondo. Sudore che colava, odore di sesso nell’aria. Mi leccò il collo, pizzicò i capezzoli, ‘Vieni sulla mia verga’. Orgasmato di nuovo, figa che stringeva.

Tirò fuori, mi fece inginocchiare. ‘Succhia’. Bocca piena, sapore salato, gola profonda. Mano sul capo, scopava la bocca. ‘Sborro…’. Caldo in faccia, in bocca, ingoiai tutto. Leccai pulito, lui rideva piano. Un rumore: porta che si chiudeva al piano di sotto. Ci gelammo, ma niente.

Ci rivestimmo veloci, sudati, sorrisi complici. ‘Domani ancora?’, chiese. Annuii. Tornai a casa, balcone mio, tenda chiusa. Ora ogni luce qui intorno sembra sospetta, ogni rumore un segreto. Il palazzo non è più lo stesso, carico di promesse sporche. Quel brivido… non vedo l’ora.

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