Ero sul balcone, con il caffè in mano, l’odore forte che saliva dalla tazza. Una macchina è passata lenta in strada, rombando piano. Ho alzato gli occhi sull’appartamento di fronte, luce tamisée, il sipario che si muoveva appena, come sospinto da un alito. E lì, attraverso il vetro socchiuso, l’ho visto: il mio vicino, Giovanni, quel dottore alto e figo del sesto piano. Aveva la testa tra le cosce di lei, una infermiera mora, blouse aperta, tette sode che si stringeva con una mano. Gimeva piano, ‘Oh Giovanni, sì… la lingua lì…’. Lui la succhiava forte, slurps umidi che arrivavano fino a me. La figa bagnata luccicava, clitoride gonfio. Io… cazzo, mi sono bagnata all’istante. Ho sentito il calore tra le gambe, ho infilato una mano sotto la gonna, sfregando piano il clito attraverso le mutande. Il cuore batteva forte, e se lui alzava lo sguardo?
Lui ha tirato su la testa un attimo, i nostri occhi si sono incrociati. Ha sorriso, malizioso, senza fermarsi. Lei non si è accorta, ansimava, ‘Prendimi ora, ti prego, la tua cazzo grossa…’. Lui si è alzato, ha slacciato i pantaloni, tirando fuori quell’uccello enorme, 25 cm facili, venoso e duro. L’ha sfregata sulla fessa umida, lei supplicava, ‘Dentro, cazzo, fammi urlare’. È entrato di colpo, lei ha gridato, soffocato. Pompatura lenta prima, poi veloce, tette che ballavano. Io mi toccavo più forte, dita dentro le mutande, immaginando quella verga in me. Lui mi guardava ogni tanto, spingendo più forte, come per me. Lei è venuta urlando, lui si è sfilato e le ha sborrato sulle tette, gocce che colavano sul viso. Lei leccava, godendo.
Lo Spettacolo Proibito dalla Mia Finestra
Ho aspettato, eccitata da morire. Più tardi, scendendo le scale, l’ho incrociato nel corridoio. ‘Ti ho vista, sai?’, mi ha detto con un ghigno, occhi famelici. ‘E tu eri uno spettacolo’. Il pianerottolo era vuoto, ma vicini ovunque. ‘Entra da me’, ho sussurrato, aprendo la porta. Finestra aperta sul balcone, luce del pomeriggio. Mi ha spinta contro il muro, gonna su, mutande giù. ‘Sei fradicia’, ha ringhiato, dita nella figa. ‘Per te, coglione’. Mi ha messa a pecora sul tavolo, lingua sul culo, poi sulla fessa. ‘Lecco come piace a te?’, slurps forti. Io gemevo, ‘Sì, mangiami la figa, poi scopami’. Ha tirato fuori la cappella grossa, l’ha strofinata, ‘Dimmi quanto la vuoi’. ‘Cazzo, infila quel mostro!’. È entrato piano, dilatandomi, ‘Stretta da morire’. Ha accelerato, pacche sul culo, ‘Prendilo tutto, troia voyeur’. Io urlavo piano, paura che sentissero dal piano di sotto. Tette fuori, pizzicavo i capezzoli duri. Lui mi teneva i fianchi, pigliandomi forte, sudore che colava. ‘Vieni, sborrami dentro!’. Ma no, si è sfilato, mi ha girata, ‘Apri la bocca’. Pompino veloce, la sua verga pulsava, ho succhiato le palle, lingua sul frenulo. Ha esploso in gola, sperma caldo che ingoiavo, altro sulle labbra. Proprio allora, un rumore: la finestra di Maria, la vicina sotto, sipario mosso. Ci guardava, mano tra le gambe. Il brivido ci ha fatti tremare.
Ci siamo rivestiti in fretta, respiri affannati. ‘Questo resta tra noi’, ha detto lui, baciandomi. ‘Ma ora il palazzo è diverso. Ogni finestra un segreto, ogni vicino un possibile amante’. Esco sul balcone ora e sorrido, pensando a chi osserva me.