Era una sera d’estate, qui a Roma, nel mio palazzo vecchio con finestre che si guardano. Io sul balcone, caffè in mano, aroma forte nell’aria umida. Dall’appartamento di fronte, luce tamisée, tende che si muovono piano. Lui, Marco, il vicino métis, atletico, con quella pelle scura che luccica. Ballava con la moglie, zouk lento, corpi incollati. Lei rideva, lui la stringeva forte sui fianchi. Il suo cazzo, già gonfio, premeva contro il suo ventre. Io… non riuscivo a staccare gli occhi. Cuore che batteva, mutande umide. Un’auto passa in strada, rumore che copre i loro gemiti bassi.

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Mi sporgo, caffè dimenticato. Lui alza lo sguardo, mi vede. Sorride, malizioso. Non si ferma, la gira, le mani sul culo, la solleva un po’. Lei geme, tette che ballano libere sotto il vestito. Io arrossisco, ma non mi ritiro. Alzo il bicchiere, come un brindisi. Lui annuisce, la bacia sul collo. Sento l’adrenalina, il proibito del vicinato. Domani lo incrocerò in ascensore, sapendo cos’ho visto. O visto da lui.

Lo Sguardo Proibito dalla Finestra

La notte non dormo. Penso al suo rigonfiamento, al modo in cui la sfregava. Alle tre, luce ancora accesa. Vado alla finestra, nuda, solo vestaglia aperta. Lui solo, sul divano, cazzo in mano, grosso, venoso. Si masturba piano, occhi su di me? Tende socchiuse. Io mi tocco, clitoride gonfio, respiro corto. ‘Cazzo, mi sta guardando’, penso. Apro di più, tette fuori, dita nella figa bagnata. Lui accelera, spruzza sperma sul ventre. Io vengo, gambe che tremano, coperta dal rumore di un motorino.

Non resisto. Busso alla sua porta, ‘Ho dimenticato lo zucchero’. Entra, sudato, solo boxer. ‘Ti ho vista’, dice rauco. Mi spinge contro il muro, bocca sulla mia, lingua dentro. ‘La tua figa gocciava’. Mani ovunque, vestaglia a terra. Mi gira, culo contro il suo cazzo duro. ‘Qui, con la finestra aperta? I vicini…’, dico eccitata. ‘Sì, che guardino’. Mi piega sul tavolo, apro le gambe. Dita nella fica, ‘Sei fradicia, troia’. Lecca il mio culo, lingua che scava. Paura che la signora del piano di sopra senta, ma gemo forte.

Il Sesso Selvaggio e il Rischio di Essere Visti

Tira giù i boxer, cazzo enorme, nero, testa lucida. Me lo struscia sulle labbra della figa. ‘Dimmi che lo vuoi’. ‘Scopami, Marco, forte’. Entra piano, mi riempie, ‘Cazzo, sei stretta’. Pompa, palle che sbattono, tette che rimbalzano. Io mi tengo al tavolo, ‘Più profondo, sì!’. Volta la testa alla finestra, luce accesa di fronte. ‘Guardaci, vicini’. Qualcuno passa? Brivido. Mi sbatte come una puttana, mano sul clito, ‘Vieni, bagna il mio cazzo’. Esplodo, urlo soffocato.

Mi fa girare, a pecorina contro il vetro. ‘Succhiamelo’. Gotto in bocca, sale e saliva, gola piena. ‘Brava, troia voyeur’. Mi rimette dentro, da dietro, figa che schizza. ‘Ti riempio’. Sento il calore, sperma che cola. Crollo, corpi sudati.

Tornata a casa, luce spenta. Domani, caffè sul balcone, lo saluterò con un sorriso complice. Il palazzo non è più lo stesso: ogni finestra un segreto, ogni vicino un brivido. Ora vivo per questi sguardi, per il próximo collé serrato proibito.

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