Ero sul balcone, tazza di caffè in mano, quell’odore forte e amaro che mi riempiva le narici. Era sera, estate romana, aria pesante. Di fronte, appartamento illuminato piano, luce gialla che filtrava dalle tende semichiuse. Lui, Marco, il vicino del piano di sopra, torso nudo, muscoli lucidi di sudore. La moglie non c’era, partita per il weekend. Lo vidi versarsi un bicchiere, bere piano, e i nostri occhi si incrociarono. Di nuovo.
“Buonasera, Isabella!” gridò piano, con quel sorriso da maschio. Io risposi, arrossendo un po’. “Notte calda, eh?” dissi, e lui annuì, occhi che scivolavano sul mio décolleté. Da settimane era così. Saluti dal balcone, chiacchiere sul tempo, ma sotto, tensione elettrica. Sapevo che mi spiava quando mi cambiavo, tende appena accostate. Io? Facevo apposta. Mi spogliavo lenta, seni liberi, mutandine che scivolavano giù. Sentivo il cuore battere forte, l’eccitazione di essere vista. Proibito, così vicino, stesso palazzo. Un rumore di macchina in strada, e io già bagnata.
Sguardi Caldi e Desiderio che Sale
Un giorno, lo vidi solo sul suo balcone, in boxer attillati. Cazzo evidente, grosso. Mi sporsi, caffè dimenticato. Lui mi fissò, mano che sfiorava il bordo. “Ti vedo, sai,” mormorò. Io risi nervosa. “E io te, Marco. Tua moglie non sa cosa si perde.” Silenzio, poi: “Vieni su?” No, non ancora. Ma quella notte, non dormii. Pensavo al suo corpo contro il mio, qui, nel mio salotto, con le finestre aperte su tutto il vicinato.
Non ressi. La sera dopo, luce spenta in casa, ma balcone illuminato da una lampada fioca. Mi tolsi la vestaglia, nuda, seni duri per l’aria fresca. Lo vidi alla finestra, immobile. Iniziai a toccarmi, dita sulla fica rasata, umida. Gemetti piano, sapendo che guardava. Lui aprì la porta-finestra, venne giù di corsa. Bussò. “Isabella… cazzo, apri.”
L’Esplosione: Cazzo Duro e Fica Bagnata
Aprii, lui entrò come una furia. “Ti ho vista, troia sexy,” ringhiò, labbra sulle mie. Bacio bagnato, lingue che si divoravano. Mani sue sui miei fianchi, mi spinse contro il muro del corridoio. “La tua fica è fradicia,” disse, dita che scivolavano dentro, due, tre, pomparle veloci. Io ansimai, “Sì, per te… tocca il mio clitoride, forte.” Slacciai i suoi jeans, cazzo saltò fuori, venoso, cappella gonfia. Lo presi in mano, masturbai piano, poi in bocca. Succhiavo avida, saliva che colava, “Mmm, che cazzo grosso, mi riempie la gola.” Lui gemette, “Brava, succhia tutto, puttana del vicinato.”
Mi portò sul divano, finestre aperte, tende che ondeggiavano piano. “Scopami, Marco, ora.” Mi aprì le gambe, cazzo contro fica, spinse dentro di colpo. “Ahhh! Cazzo, sì!” urlai, lui mi fotteva duro, palle che sbattevano. “Piano, e se ci sentono? I vicini…” dissi, ma eccitata da morire. “Che cazzo, che guardino! La tua fica mi stringe, sto per venire.” Accelerò, mi prese i capezzoli tra i denti, mordicchiò. Io venni prima, spasmi violenti, “Sto godendo, sììì!” Lui esplose, sborra calda dentro, che colava fuori. “Prendila tutta, troia mia.”
Un clacson in strada, cuori a mille. Si rivestì veloce, bacio ultimo. “Domani, stesso posto?” Annuì, sparì su per le scale. Tornai sul balcone, caffè freddo ormai. Il palazzo sembrava vivo, luci accese ovunque. Ora ogni finestra è un segreto, ogni vicino un possibile amante. Questo palazzo non è più lo stesso. Io nemmeno. Quel brivido… lo voglio ancora.