Ero sul mio balcone, sorseggiando un caffè forte, l’odore che saliva nell’aria umida della sera romana. Dall’altra parte della corte interna, la finestra del mio vicino, quel Marco sulla quarantina, prof di università con la sua Fiat vecchia che rombava sempre come un trattore. Lo vedevo muoversi, camicia sbottonata, muscoli tesi mentre si versava un whisky. Il rideau si muoveva appena, una luce gialla tamisata filtrava. Un’auto passò in strada, clacson lontano, e i nostri sguardi si incrociarono. Lui sorrise, malizioso. Io sentii un brivido tra le cosce.

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Non era la prima volta. Da settimane lo spiavo, lui faceva finta di niente ma sapevo che mi guardava. Io, Sofia, 32 anni, italiana doc, con tette sode e culo tondo, adoravo quel gioco voyeur. Mi eccitava da morire l’idea che un vicino potesse vedermi nuda, o peggio, scoparmi. La proibizione del vicinato, quel ‘cosa dirà la gente?’ che pompava adrenalina. Stasera, esagerai: mi tolsi la maglietta, reggiseno nero che slacciò piano, capezzoli duri al vento fresco. Lui si fermò, bicchiere in mano, occhi fissi. Il suo cazzo si indovinava gonfio nei pantaloni. ‘Vieni qui’, mimò con le labbra. Io esitai, cuore che batteva forte, ma le mutande erano già bagnate.

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Scesi le scale di corsa, bussai piano alla sua porta. ‘Entra, troia’, sussurrò aprendola, afferrandomi per i fianchi. Le sue mani ruvide sulla pelle, odore di uomo, sudore e colonia. Mi spinse contro il muro del corridoio, bocca sulla mia, lingua che invadeva. ‘Ti guardo da mesi, Sofia, la tua figa mi fa impazzire’. Io gemetti, mano sul suo pacco duro. ‘Scopami, Marco, ma sul balcone, voglio che ci vedano’. Lui rise basso, ‘Sei una puttana voyeur, eh?’. Mi trascinò fuori, luce del suo appartamento che illuminava noi due, corte buia ma finestre illuminate intorno.

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Mi abbassò i pantaloncini, figa rasata esposta all’aria. ‘Guardami quella passera bagnata’, ringhiò, dita dentro di me, pollice sul clito. Io ansimavo, ‘Leccamela, cazzo’. Si inginocchiò, lingua che mi divorava, succhiava il succo, denti sul labbro. Un rumore di passi in cortile? Macchina che passa lenta. Paura e eccitazione pura. Mi girò, ‘Pompino ora’. Tirai giù la zip, cazzo grosso venoso saltò fuori, cappella viola. Lo ingoiai, gola profonda, saliva che colava. Lui mi teneva la testa, ‘Brava, troia del palazzo’. Poi mi alzò, gambe aperte sul parapetto, ‘Prendilo’. Me lo ficcò dentro di colpo, figa che stringeva, palle che sbattevano. ‘Cazzo, sei stretta’, grugniva, spinte violente. Io urlavo piano, ‘Più forte, fammi venire’. Sentivo occhi su di noi? Il vicino di sopra, luce accesa. L’idea mi fece esplodere, orgasmo che mi squassava, schizzi sulla sua pancia. Lui venne dentro, sborra calda che colava.

Crollammo sul pavimento del balcone, sudati, ansimanti. ‘Porca puttana, Sofia, sei la migliore’. Io sorrisi, sigaretta accesa, odore di sesso nell’aria. La corte era silenziosa ora, ma quel segreto ci legava. Ogni volta che vedo una finestra accesa, penso a lui, al suo cazzo, al brivido. Il palazzo non è più lo stesso: ora so che sotto le facciate educate, ci sono fighe bagnate e cazzi duri pronti a scopare. E io? Io voglio di più.

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