Era una sera d’estate romana, afosa da morire. Io, Sofia, sul mio balconcino stretto, con una tazza di caffè ormai freddo tra le mani. L’odore forte mi saliva dal petto sudato, la vestitina leggera appiccicata alla pelle. La luce tamisée filtrava dall’appartamento di fronte, quello di Marco, il vicino col fisico da gladiatore. Lo conoscevo di vista, saluti frettolosi in cortile, ma i suoi occhi… ehm, mi squadravano sempre troppo. Una macchina passò lenta in strada, rombando piano, e il rumore mi fece sobbalzare.
Alzai lo sguardo, il rideau di lui si mosse appena, come se l’avesse tirato piano. Eccolo lì, a torso nudo, muscoli tesi sotto la lampada gialla. Sudava, pantaloncini larghi. Mi vide, fermò tutto. Sorrise, quel ghigno da maschio italiano. Io non mi mossi, cuore che batteva forte. Lui si avvicinò alla finestra aperta, mano che scivolava giù, sul pacco gonfio. Oh cazzo, lo stava slacciando. La vicinanza, solo due metri di vuoto tra i balconi, l’interdetto del quartiere… mi bagnai all’istante. ‘Ti piace, Sofia?’, mormorò piano, voce rauca che arrivò chiara. Annuii, mordendomi il labbro. Iniziai a toccarmi sopra la gonna, dita tremanti. Lui tirò fuori il cazzo, duro come ferro, grosso, venoso. Lo accarezzò lento, occhi fissi nei miei. Io aprii le gambe, scostai le mutandine, fichette rasata che luccicava. L’adrenalina saliva, e se la vecchia del piano di sotto alzava la testa? O il tipo con il cane? Ma no, troppa voglia.
Lo Sguardo Proibito dal Balcone
Non resistemmo. ‘Vieni qui’, dissi io, voce rotta. Lui sparì un secondo, poi bussò alla mia porta. Aprii nuda, gonna buttata per terra. Mi spinse dentro, contro il muro del corridoio, bocca sulla mia, lingua che invadeva. ‘Ti guardo da mesi, puttana’, ringhiò, mano che mi strizzava le tette sode. Lo tirai giù sul divano, finestre aperte, balcone esposto. Lo cavalcai, cazzo che entrava profondo nella fica fradicia, ‘Ah sì, scopami forte!’, gridai piano, paura mista a eccitazione. Lui mi ribaltò, gambe spalancate, mi leccava il clitoride gonfio, lingua che frugava, ‘Hai un sapore da troia’. Poi mi prese a pecorina, sul tappeto, cazzo che sbatteva ritmico, palle che schioccavano sulla mia pelle. Sudore che colava, odore di sesso pesante nell’aria. ‘Ti sborro dentro?’, ansimò. ‘Sì, riempimi la fica!’, urlai, orgasmo che mi scuoteva, pareti che pulsavano intorno al suo uccello. Lui venne, fiotti caldi che mi inondavano, gemendo forte. Un rumore di passi in cortile? Ci bloccammo, ridendo nervosi, corpi appiccicati.
Dopo, ansimanti sul letto, finestre ancora aperte. Chiuse le tende piano, ma il segreto era lì, carnale, appiccicoso tra le cosce. Ora ogni luce accesa in palazzo mi fa fremere. Marco? Un cenno complice al mattino, caffè in mano. La coproprietà non è più la stessa: ogni balcone nasconde una fica o un cazzo pronto a esplodere. E io? Aspetto la prossima occhiata.