Ero sul balcone stamattina, con la tazza di caffè fumante in mano. L’odore forte mi riempiva le narici, mentre una macchina passava lenta in strada, rombando piano. La luce tamisée filtrava dalle persiane socchiuse dell’appartamento di fronte. Il mio vicino, Adriano, quel tipo sempre pigro, era ancora a letto. Lo vedevo benissimo dalla mia finestra aperta. Non si muoveva, fissava il soffitto come se il mondo non esistesse. I suoi piedi nudi spuntavano dalle lenzuola stropicciate. Dio, che voglia mi faceva venire.

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Aspettai. Il caffè si raffreddava. Lui sospirò, girò la testa verso il radio sveglia. 8:47. Niente fretta. Io ero lì, in vestaglia leggera, sentivo l’aria fresca sulle tette nude sotto. Il rideau suo si mosse appena, un filo di vento. E poi… la mano. L’ha infilata piano sotto le lenzuola. Lenta, così lenta. Si accarezzava il cazzo, senza fretta, come se avesse tutto il tempo del mondo. Lo vedevo gonfiarsi, la cappella rossa che spuntava. Il mio clitoride ha pulsato. Merda, stavo bagnandomi.

Lo Sguardo Proibito dal Balcone

I nostri sguardi si incrociarono. Lui mi fissò, senza smettere. Io non mi mossi, aprii un po’ di più la vestaglia. Le mie tette al vento, capezzoli duri. Lui sorrise pigro, continuò a tirarselo piano. Lento, su e giù. Io mi toccai la figa, umida già. Il proibito del vicinato, così vicino, bastava sporgersi. Una vicina passò sotto, con la borsa della spesa. Trattenni il fiato. Lui accelerò un filo, ma no, tornò lento. Mi fece impazzire quella calma.

Non ce la feci più. Gli feci cenno con la mano, ‘vieni’. Lui si alzò piano, cazzo duro che dondolava. Si mise una maglietta stropicciata, pantaloni larghi, e uscì. Bussò piano alla mia porta. Aprii, nuda ormai. ‘Buongiorno’, disse con quel sorriso da fannullone. Lo tirai dentro, lo baciai vorace. Le sue mani lente sulle mie chiappe, le strinse piano. ‘Ho visto tutto’, gli dissi ansimando. ‘Anch’io te’, mormorò.

La Scopata Intensa con il Rischio di Essere Visti

Lo spinsi sul divano, gli slacciai i pantaloni. Il cazzo spesso, venoso, pronto. Me lo misi in bocca, succhiai forte, linguai la cappella salata. Lui gemeva piano, ‘Lentaaa…’. Ma io no, lo volevo dentro. Mi girai, a pecorina contro la finestra aperta. ‘Scopami, dai’. Lui si mise dietro, la cappella sulla figa fradicia. Entrò piano, centimetro per centimetro. ‘Cazzo, che stretta’, grugnì. Io spingevo indietro, ‘Più forte, porco’. Accelerò, ma quel suo ritmo… pam pam, profondo.

Le tende aperte, il balcone di fronte vuoto ma chissà chi guarda. Una macchina passò, clacson lontano. Io urlavo piano, ‘Sì, così, riempimi la figa’. Lui mi teneva i fianchi, ‘Ti vedo sempre, sai? Quando ti tocchi’. Mi sfondava, palle che sbattevano sul mio clito. Sudore che colava, odore di sesso nell’aria. ‘Vengo’, disse lui, e sparò dentro, caldo, tanto. Io venni dopo, figa che pulsava sul suo cazzo molle ormai. Tremavo.

Ci staccammo piano. Lui si rivestì lento, mi baciò la fronte. ‘Ci vediamo domani?’. Annuii, con il suo sperma che colava giù le cosce. Chiuse la porta piano. Io tornai sul balcone, caffè finito, freddo. La città rumoreggiava, vicini che andavano al lavoro. Ma ora tutto era diverso. Ogni finestra un segreto, ogni balcone una tentazione. Quel pigro di Adriano mi aveva cambiata. La coproprietà non era più noiosa. Era piena di cazzi da succhiare, fighe da leccare. Aspetto già stasera.

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