Ero sul balcone, con la tazza di caffè in mano, l’odore forte che mi riempiva le narici. La sera calava piano su Roma, le luci dei lampioni tremolavano in lontananza. Dall’appartamento di fronte, la finestra socchiusa, luce tamisée. Luca, il vicino nuovo, quel tipo alto, spalle larghe, pelle olivastra, barba incolta. Lo vedevo muoversi, si era tolto la camicia, muscoli tesi sotto la pelle. I nostri occhi si incrociarono. Lui si fermò, sorrise. Io arrossii, ma non distolsi lo sguardo. Il cuore mi batteva forte. ‘Cazzo, mi sta guardando’, pensai. Lui si passò una mano sul petto, scendendo piano verso i pantaloni. Io sentii un calore tra le gambe. Il rideau si mosse appena, un’auto passò in strada con un rombo basso. Mi appoggiai alla ringhiera, il mio top leggero si alzò un po’, lasciando intravedere i capezzoli duri. Lui annuì, come a dire ‘brava’. La tensione saliva, proibita, così vicina, con i vicini che potevano spiare da un momento all’altro.

Non ressi più. Aprii la porta finestra, uscii sul balcone vero e proprio. ‘Vieni qui’, gli feci cenno con la mano. Lui sparì un secondo, poi lo vidi scendere le scale di corsa. Bussò piano alla mia porta. Aprii, nuda sotto il vestitino corto. ‘Non ce la facevo più’, mormorò con voce roca, accentuata del sud. Mi spinse contro il muro, le sue labbra sulle mie, lingua invadente. ‘Ti guardo da settimane, troia sexy’, disse tra un bacio e l’altro. Le sue mani mi palpavano il culo, alzandomi la gonna. Io gli slacciai i jeans, la sua cazzara dura saltò fuori, grossa, venosa. ‘Mmm, è enorme’, gemetti. Lo tirai dentro, ma lui mi fermò: ‘No, qui, sul balcone, voglio rischiare’. L’adrenalina mi fece bagnare di più. La luce del palazzo illuminava tutto, i vicini potevano vedere.

Lo Sguardo che Accende Tutto

Mi girò, mi chinò sulla ringhiera. ‘Apri le cosce’, ordinò. Sentii la sua lingua sulla fica, bagnata fradicia, leccava piano il clitoride, poi ficcava dentro, succhiando i miei umori. ‘Dio, che fica dolce’, grugnì. Io mordevo il labbro per non urlare, un vicino accese la TV, volume alto. Mi infilò due dita, pompandomele forte, mentre con l’altra mano mi strizzava i tette. ‘Voglio scoparti ora’, disse. Si alzò, mi puntò la cappella gonfia contro il buco, spinse. Entrò tutto, riempiendomi, cazzo duro che mi sfondava. ‘Ahhh, sì, più forte!’, implorai. Mi martellava, pacate violente, il rumore di palle che sbattevano sulla mia pelle. Io gli stringevo il culo, graffiavo. ‘Se ci vedono? Cazzo, mi eccita’, ansimai. Lui accelerò, mi teneva i fianchi, sudore che colava. Mi girò, mi alzò una gamba, mi rifece da davanti, succhiandomi un capezzolo. Venni forte, la fica che pulsava intorno al suo cazzo, urlai piano ‘Lucaaa!’. Lui non si fermò, mi sbattè altre volte, poi ‘Sto venendo, puttana!’, e mi riempì di sborra calda, che colava giù dalle cosce.

Ci staccammo ansimanti, lui mi baciò piano. ‘È stato pazzesco’, sussurrò. Tornammo dentro, docciati veloci. Ora, ogni volta che lo vedo in cortile, con la moglie o i figli, sento quel brivido. Il quartiere non è più lo stesso: un segreto sporco, carnale, che mi fa sorridere di nascosto. Lo rifarei? In un battito di ciglia.

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