Ero sul mio balcone, con il caffè in mano, l’odore forte che saliva nell’aria umida del mattino. Dall’altra parte del cortile, Luca tornava dall’ospedale. Sua madre lo sorreggeva, lo coccolava come un bambino. Lo guardai… e lui alzò gli occhi. Un sorriso timido, ma quegli occhi… cazzo, mi bruciavano addosso. Il condominio era silenzioso, solo una macchina che passava lenta in strada, rombando piano.

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I giorni dopo, lo spiavo dalla finestra. Tende socchiuse, luce fioca nel suo salotto. Sua madre sempre lì, trafori e chiacchiere. Ma i nostri sguardi si incrociavano ogni sera. Dal balcone, un cenno, un ‘ciao’ sussurrato. Sentivo la fica formicolare. L’interdetto del vicinato, così vicino, così pericoloso. Sapevo che i vicini tendevano l’orecchio, le finestre aperte d’estate.

Sguardi Caldi dal Balcone

Un pomeriggio, bussai alla sua porta. ‘Ciao, sono Chiara, la vicina’, dissi con un sorriso. Sua madre mi accolse, thé e biscotti, ‘smack smack’ sulle guance. Luca arrossì, ma i suoi occhi mi divoravano le tette sotto la maglietta stretta. Chiacchierammo, ma l’aria era elettrica. ‘Vieni a vedere la mia stanza?’, propose lei, la madre. ‘Così capisci come l’ho cresciuto’. Salii con lui, piano sull scale, ‘Attento, eh!’, lei dietro.

Porta chiusa, e bum. Mi schiacciò contro il legno, la sua bocca sulla mia, lingua dentro, patapum. ‘Cazzo, ti voglio da giorni’, ansimò. Mani sotto la gonna, niente mutande, fica rasata e bagnata. ‘Shh, tua madre è sotto’. Ma lui non si fermò. Mi tolse la maglietta, reggiseno slacciato facile, tette grosse libere. Le succhiò i capezzoli duri, mordicchiando. Io gemevo piano, odore di sudore e desiderio.

Lo spinsi sul letto, gli calai pantaloni e boxer. Cazzo duro, grosso, pronto. Mi misi a 69, fica sulla sua bocca. ‘Leccami, mangiami tutta’. Lui divorava, lingua nella fessura, succhiava il clitoride. Io lo ingoiai, pompino profondo, saliva che colava. Finestre aperte, tenda che si muoveva col vento. Paura che un vicino sentisse, che guardasse. Ma eccitazione pura, adrenalina che pompava.

Esplosione di Piacere in Camera

Presi un preservativo dalla borsa, glielo misi liscia, esperta. ‘Ora ti cavalco’. Mi sedetti sopra, cazzo dentro fino in fondo, con caldo e stretto. Su e giù, lenta prima, poi veloce. ‘Cazzo, sì, scopami!’. Mi strizzavo le tette, tiravo i capezzoli. Movimenti selvaggi, fica che schizzava succhi. Lui sotto, ‘Vengo…’. Io urlai, ‘Ioooo!’, orgasmo che mi squassava, corpo tremante. Lui esplose nella gomma, riempì tutto.

Ma troppi rumori. Bussarono forte. ‘Tutto bene?’. Sua madre! Ci infilammo sotto le lenzuola nudi, vestiti sparsi. ‘Sì, entra!’, dissi io, scema. Lei aprì, vide il casino, un seno mio fuori. ‘Ohhh…’. Arrossì, uscì veloce. Cuore a mille, ma eccitati da morire.

Scendemmo composti. Sua madre chiacchierava come niente, ma io sentivo il segreto bruciare. Ora il condominio è diverso: ogni finestra un invito, ogni rumore un fremito. Quel vicino… lo guarderò sempre con la fica che pulsa. L’interdetto ci lega, per sempre.

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