Ero sul mio balconcino, quella sera d’estate afosa. L’odore del caffè ancora forte nelle narici, la tazza calda tra le mani. La luce tamisée dall’appartamento di fronte filtrava appena, un velo giallo sul buio. Un’auto è passata in strada, rombando piano, e ho alzato gli occhi. Lui c’era. Marco, il vicino del terzo piano. Solo, in maglietta e pantaloncini larghi. Si era appoggiato alla ringhiera, lo sguardo perso. Ma… cazzo, la mano. Si muoveva lenta dentro i pantaloni. Stava… si stava toccando. Il cuore mi è partito in gola. Non potevo staccare gli occhi.
Il rideau del suo salotto si è mosso appena, una brezza leggera. Lui ha alzato la testa, come se sentisse il mio sguardo. I nostri occhi si sono incastrati. Non ha smesso. Anzi, ha tirato giù il pantaloncino quel tanto che bastava. Il suo cazzo duro, grosso, in mano. Lo accarezzava piano, su e giù, la cappella lucida sotto la lampada. Io… io mi sono sentita bagnata all’istante. La fica che pulsava. ‘Merda’, ho pensato, ‘mi sta guardando’. Ho lasciato cadere la tazza sul tavolo, piano. Le mani tremanti, ho alzato la gonna leggera. Niente mutande stasera, aria calda sul culo nudo. Mi sono toccata, dita sulla fessura umida, mentre lo fissavo. Lui ha accelerato, gemito muto. L’adrenalina… cazzo, che brivido. Essere vista così, dal vicino, con la via sotto, le finestre illuminate intorno.
Lo Sguardo che Brucia nell’Ombra
Non so come, ma è successo. Il telefono ha vibrato. Messaggio: ‘Ti vedo. Vieni da me?’. Mani che tremano, ho risposto: ‘Porta aperta’. Sono scesa le scale di corsa, cuore che martella. Bussare? No, la porta socchiusa. Lui lì, in corridoio, cazzo ancora mezzo duro nei boxer. ‘Cazzo, Sofia, ti ho vista tutta’, mormora, voce roca. Lo tiro dentro la mia porta, lo spingo contro il muro. Baci selvaggi, lingue che si divorano. ‘Shh, i vicini…’, sussurro, ma gli slaccio i pantaloni. Il suo cazzo salta fuori, venoso, caldo. Lo prendo in bocca, succhio forte, lingette le palle pelose. Gode piano: ‘Porca puttana, sì…’. Lo porto sul balcone, buio ma rischiarato dalla luna. Lo spingo giù sulla sedia di plastica. ‘Siediti’, dico, e mi siedo sopra, fica che ingoia il suo cazzo tutto. ‘Ahhh!’, gemo piano, cavalcandolo. Su e giù, tette che ballano fuori dalla canottiera. Lui mi afferra il culo, spinge su: ‘Cazzo, sei strettissima…’. Paura costante: luce accesa di fianco, ombre che passano. Un vicino tossisce da sotto. Acceleriamo, sudati, io che vengo prima, spasmi violenti: ‘Sto… sto venendo!’. Lui mi riempie, sborra calda dentro, grugnendo basso.
Ci siamo accasciati, ansimanti, corpi appiccicosi. Il suo sperma che cola piano dalle mie cosce. Ridiamo nervosi, abbracciati. ‘Cazzo, se ci hanno visti…’, sussurra. Io annuisco, sorriso malizioso: ‘Meglio così’. Siamo tornati dentro, porta chiusa. Ora, ogni volta che esco sul balcone, vedo le sue finestre diverse. Un segreto carnale che lega il palazzo. I vicini non sono più solo facce. Sono… possibilità. Quel brivido, quell’odore di sesso misto a caffè, non lo dimentico. L’estate è appena iniziata.