Ero sul balcone, con la tazza di caffè in mano, l’odore forte che saliva nell’aria umida di sera. La luce tamisée dall’appartamento di fronte filtrava attraverso il rideau semi-chiuso. Lui, Marco, il vicino del terzo piano, alto, muscoloso, con quella barba incolta che mi faceva impazzire. Sua moglie era uscita, sentivo il rumore lontano di una macchina che passava in strada. Lo vidi entrare, slacciarsi la camicia piano, sudato dal lavoro. I nostri sguardi si incrociarono per un secondo, e… cazzo, arrossii. Ma non distolsi lo sguardo. Lui sorrise, malizioso, e lasciò il rideau così, come un invito.

Nei giorni dopo, era un gioco. Saluti dal balcone, occhi che si cercavano. Io in vestaglia leggera, sentendo l’aria fresca sui capezzoli duri. Lui fumava, pantaloni stretti che mostravano il pacco gonfio. L’interdetto del vicinato mi eccitava da morire: e se qualcuno ci vedeva? La signora del piano di sotto, con le sue tende sempre aperte? Una sera, pioveva piano, gocce sul vetro. Lo vidi litigare con la moglie, lei uscì sbattendo la porta. Lui si versò un whisky, si sedette sul divano, mano nei pantaloni. Stava… si segava, piano, gemendo basso. La luce gialla illuminava il suo cazzo duro, grosso, venoso. Mi bagnai all’istante, figa che pulsava. Aprii un po’ la mia finestra, lasciando che vedesse il mio profilo, la mano che scivolava sotto la gonna.

Lo Sguardo che Brucia nell’Interdetto

Non resistemmo. Bussò piano alla mia porta, mezzanotte passata. ‘Sofia, ho visto che guardavi’, sussurrò, occhi famelici. Lo tirai dentro, corpi che si scontravano nel buio del corridoio. ‘Cazzo, Marco, tua moglie?’, balbettai, ma le mie mani già sul suo cazzo, duro come ferro. ‘Non c’è, e tu mi fai impazzire da settimane’. Lo spinsi contro la finestra aperta, rideau che sbatteva leggero. La sua bocca sulla mia, lingua invasiva, mani che mi strappavano la gonna. ‘Ti scopo qui, dove tutti possono vederci’, ringhiò. Io annuii, eccitata dalla paura: un’auto passò lenta, fari che sfiorarono le tende.

Mi girò, figa esposta alla notte. Il suo cazzo premette contro le mie labbra bagnate, scivolò dentro con un colpo secco. ‘Ahhh, sì, scopami forte!’, gemetti, unghie nella sua schiena. Mi martellava, palle che sbattevano sul mio clito, ogni spinta un tuono. ‘La tua figa è strettissima, troia da vicino’, grugnì, mano sul mio collo. Io venni subito, succhiando il suo cazzo con le pareti, schizzi di umori che colavano sulle cosce. Lui mi prese i capelli, mi spinse la faccia contro il vetro: ‘Guarda fuori, e se passa qualcuno?’. Il terrore mi fece contrarre di più, orgasmo che mi scuoteva. Mi girò, mi alzò una gamba, mi leccò la figa fradicia, lingua dentro, succhiando il mio sapore salato. ‘Dammi la bocca’, ordinai, e lo feci inginoccchiare. Gli succhiai il cazzo, palle in bocca, gola piena, saliva che gocciolava. ‘Sborrami in faccia, ma non ancora’.

Il Sesso Crudo e il Terrore di Essere Scoperti

Mi sdraiò sul tappeto, io sopra, cavalcata selvaggia. Cazzo che mi sfondava, tette che rimbalzavano, sue mani che le strizzavano i capezzoli duri. ‘Vengo, cazzo!’, urlai piano, temendo i vicini. Lui esplose dentro, sborra calda che mi riempiva, traboccava. Restammo lì, ansimanti, finestre aperte, odore di sesso nell’aria.

Dopo, ci rivestimmo in silenzio. Un bacio ultimo, ‘Questo è il nostro segreto’. Tornai sul balcone giorni dopo, caffè in mano. Ora ogni luce, ogni ombra nel palazzo ha un sapore nuovo. Li guardo tutti con occhi diversi, sapendo che sotto quelle facciate normali, pulsa la stessa fame. E Marco? Ogni tanto un cenno, un sorriso complice. La coproprietà non è più la stessa.

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