Ero sul balcone stamattina, con la tazza di caffè fumante in mano. L’odore forte mi saliva nelle narici, mescolato all’aria fresca di Roma. La luce tamisée dell’appartamento di fronte, quello del quarto piano, ha attirato il mio sguardo. E lì, dietro la tenda che si muoveva piano, piano… lui. Marco, il vicino gigante. Due metri di muscoli, spalle larghe come un armadio. Stava nudo, in piedi davanti allo specchio. La mano sul suo cazzo. Enorme. Dio, che bestia.

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Mi sono fermata. Il cuore mi batteva forte. Un’auto è passata in strada, rombando piano, e ho pensato: ‘Se mi vede…’. Ma non riuscivo a staccare gli occhi. Lui ha girato la testa, come se sentisse il mio sguardo. I nostri occhi si sono incatenati. Attraverso i vetri, a venti metri. Ha sorriso. Malizioso. Ha continuato a segarsi, piano, mostrandomi tutto. La cappella gonfia, le vene pulsanti. Io… io mi sono bagnata. Subito. Ho aperto un po’ la tenda del mio balcone, lasciando che mi vedesse. La vestaglia scivolata sulle spalle, i capezzoli duri.

Lo Sguardo Che Ha Acceso Tutto

‘Porca puttana’, ho sussurrato. Lui ha accelerato, gemendo piano – lo sentivo, o forse me lo immaginavo. Il rischio mi eccitava da morire. Qualche vicino poteva passare, affacciarsi. Ma no, solo noi due. La tensione saliva, proibita, vicinissima. Pochi metri ci separavano. Ho infilato una mano sotto, toccandomi la fica già fradicia. Lui ha capito. Ha annuito, come a dire: ‘Vengo da te’.

Dieci minuti dopo, bussava alla porta. L’ho aperto, tremante. ‘Sofia… ti ho vista’, ha ringhiato con quella voce profonda. Mi ha spinta contro il muro del corridoio. Le sue mani enormi sui miei fianchi. ‘Quel cazzo… fammi vedere’, ho balbettato. Mi ha preso per i capelli, gentile ma fermo, e mi ha portata sul balcone. ‘Qui? Sei pazza?’, ha detto ridendo basso. ‘Sì, qui. Fottimi dove tutti possono vederci’.

Mi ha messa in ginocchio. Il suo cazzo davanti alla faccia, 25 cm di carne dura, spesso come il mio polso. L’ho leccato dalla base, saliva che colava. ‘Brava troia’, ha mormorato. L’ho preso in bocca, quanto potevo. La mascella dolorante, ma eccitante. Succhiavo, lingevo il buco, sentivo il sapore salato del presperma. Lui pompava piano, tenendomi la testa. ‘Guarda di là, i vicini…’, ha detto. Una luce si è accesa di fianco. Paura. Adrenalina pura. Mi sono bagnata di più.

La Scopata Selvaggia e il Rischio Totale

Mi ha alzata, strappato le mutande. ‘Allarga le cosce’. Mi ha piegata sul parapetto, fica esposta alla notte. Il freddo del ferro sui seni. Ha sputato sulla cappella e ha spinto. ‘Ahhh! Piano, è troppo grosso!’, ho gridato piano. Ma lui dentro, metà. Mi riempiva, mi stirava. ‘Ti piace, eh? La tua fica da puttana’. Ha pompato, lento poi forte. Ogni colpo un’esplosione. Le palle che sbattevano sul mio clito. ‘Più forte! Defoncemi!’, lo imploravo. Sudore che colava, odore di sesso nell’aria. Un’altra auto in strada, fari che sfioravano il balcone. ‘Se ci vedono…’. ‘Meglio, che vedano come ti fotto’.

Mi ha girata, gambe intorno al suo bacino. Mi ha penetrata in piedi, contro il muro. Tutto dentro, fino in fondo. Sentivo l’utero premere. ‘Vengo!’, ha ringhiato. ‘Dentro! Riempimi la fica di sborra!’. Ha esploso, jet caldi, uno dopo l’altro. Io ho joui con lui, tremando, urlando piano. La fica che pulsava, piena del suo seme che colava giù.

Ora siamo dentro, sul divano. Ansimiamo ancora. Mi accarezza i capelli. ‘Non dirlo a nessuno’. Sorrido. ‘Il nostro segreto’. Ma ora, ogni volta che vedo un vicino, penso: chissà chi ci ha spiati? La coproprietà non è più la stessa. Ogni finestra un invito proibito. E io… io voglio di più.

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