Ero sul balcone, con il caffè in mano, l’odore forte che saliva nell’aria umida della sera. Due mesi che non lo vedevo, quel Marco del piano di fronte. Alto, muscoloso, con quegli occhi scuri che mi facevano bagnare solo a guardarli. La sua finestra era socchiusa, la tenda si muoveva piano con la brezza. Improvvisamente, la luce si accese. Eccolo lì, jeans neri attillati, camicia verde che gli segnava il petto. Mi ha vista. I nostri sguardi si sono incatenati. Ho sentito un brivido tra le cosce. Una macchina è passata in strada, rombando piano, ma noi non ci siamo mossi.
“Ciao Sofia,” ha detto lui, affacciandosi al suo balcone, voce bassa, rauca. “Mi sei mancata.” Ho riso nervosa, il cuore che batteva forte. “Anche tu, Marco. Pensavo non tornassi più.” Abbiamo chiacchierato così, vicini, separati solo da pochi metri di vuoto. Le parole si facevano pesanti, cariche di quel desiderio represso. Sapevo che i vicini potevano sentirci, la signora Rossi al piano di sotto sempre con l’orecchio teso. Ma era eccitante, questo rischio. “Vieni da me?” ho sussurrato. Ha annuito, scomparendo.
Lo Sguardo Proibito dal Balcone
Pochi minuti dopo, il citofono. L’ho fatto salire, cuore in gola. È entrato, profumo di uomo, sudore leggero. Mi ha abbracciata stretta. “Cazzo, quanto mi sei mancata,” ha mormorato, baciandomi piano. Le labbra tenere prima, poi fame pura, lingue che si inseguivano. Le gambe mi tremavano, la figa già fradicia. “Ho portato del vino,” ha detto, posando la bottiglia. Abbiamo brindato: “All’attesa finita.” Vuoti i bicchieri, mi ha preso per mano. “In camera?” Ho annuito, eccitata da morire.
“Fidati di me,” ha detto sulla soglia, esitante. “Sì, cazzo sì.” Ha tirato fuori dal borsa due foulard di seta. Mi ha spogliata piano: blouse che scivola, gonna a terra, solo mutandine di pizzo. “Sdraiati.” Obbedivo, polsi legati alla testiera. “Brava.” Prima una piuma: sul viso, collo, capezzoli che si induriscono. Baci leggeri ovunque. Frissonavo. Poi in cucina, torna con un vassoio di cubetti di ghiaccio. Si spoglia, cazzo duro, grosso, venoso. Lo passa sulle labbra mie, sui seni: gemo forte, freddo che brucia.
La Passione Esplosiva in Camera
Lo fa scivolare tra le cosce, sulla figa gonfia. “Apri le gambe.” Eccomi spalancata, lui spinge il ghiaccio dentro, freddo che mi contrae la passera. “Ah! Porca puttana!” Rido, ansimo. Mi bacia profondo, lingua che mi fotte la bocca, mentre il ghiaccio si scioglie e cola. Succhia i capezzoli, li morde piano. “Alza le gambe.” Tre dita nella figa, bagnata fradicia, le muove piano, lingua sul clitoride, lecca vorace. “Cazzo, Marco, sto venendo!” Ma si ferma, sale sopra, cazzo che entra di colpo, duro, pieno. Mi martella forte, lettino che sbatte contro il muro. “Piano, i vicini!” sussurro, ma lui accelera, palle che sbattono sul mio culo. Paura che sentano, che guardino dalle finestre buie. Orgasmata mi spacca, urlo soffocato, lui viene dentro, sborra calda che mi riempie.
Ci accasciamo, sudati, tremanti. Mi slega, mi stringe. “Segreto nostro,” sussurra. Annuisco, il corpo ancora scosso. Ora ogni finestra, ogni balcone, ha un sapore nuovo. La coproprietà non è più la stessa: segreti carnali ovunque, forse. E io, già penso alla prossima volta.