Ero sul balcone, con la tazza di caffè in mano, l’odore forte che mi saliva nelle narici. La luce del tramonto filtrava tra i palazzi, tamisée, calda. Di fronte, lui, Marco, il vicino del terzo piano. Alto, muscoloso, con quella barba incolta che mi faceva bagnare solo a guardarla. Fumava una sigaretta, appoggiato alla ringhiera. I nostri sguardi si incrociarono di nuovo. Terza volta quella settimana. Sorrise, malizioso. Io arrossii, ma non distolsi lo sguardo. Sentii un brivido tra le cosce.

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‘Buonasera, bellezza’, gridò piano, per non farsi sentire dagli altri. Io risposi con un ‘Ciao’ rauco, mordendomi il labbro. Il cuore batteva forte. Sapevo che sua moglie era fuori città. L’avevo vista partire stamattina, con la valigia. Prossimità pericolosa. Un’auto passò in strada, rombando piano, e io pensai: e se qualcuno ci vede? Ma quel pensiero mi eccitava di più. Ogni sera, lo spiavo dalla finestra semiaperta, il rideau che si muoveva appena con la brezza. Vedevo il suo pacco gonfio nei pantaloni larghi. Immaginavo di prenderlo in bocca.

Sguardi Rubati e Desiderio Proibito

Passarono giorni così. Messaggi su WhatsApp: ‘Mi stai guardando?’ ‘Sì, e tu?’ La tensione saliva. Ieri sera, non ce la feci più. Bussai alla sua porta, fingendo di chiedere zucchero. ‘Entra’, disse con voce bassa, occhi famelici. Chiuse la porta. ‘Ti voglio da morire’, mormorò, premendomi contro il muro. Le sue mani sulle mie tette, sotto la maglietta. Gemetti. ‘Shh, i vicini…’, dissi, ma le mie mutande erano già fradicie.

Mi portò sul balcone. Notte fonda, luci spente negli appartamenti intorno. Solo una finestra accesa di là, ma lontana. ‘Qui? Sei pazzo!’, sussurrai eccitata. ‘Sì, qui, troia’, ringhiò, tirandomi giù i pantaloni. La mia fica rasata luccicava alla luce della luna. Si inginocchiò, mi leccò vorace. ‘Cazzo, che fica bagnata’, grugnì, la lingua dentro, succhiando il clitoride. Io mi aggrappai alla ringhiera, gambe tremanti. Un rumore di passi in cortile sotto. Ci bloccammo. ‘Merda…’, dissi piano. Ma lui continuò, due dita nella figa, pompando. Venne un’auto, fari che sfiorarono il balcone. Paura mista a goduria pura.

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Mi alzò, mi girò. ‘Piegati, puttana’. Obbedii, culo in fuori. Sentii la zip aprirsi, il suo cazzo duro sbattere contro le chiappe. ‘Grande?’, chiesi ansimando. ‘Vedrai’. Entrò di colpo, fino in fondo. ‘Ahhh! Cazzo!’, urlai piano, ma mi tappò la bocca. Mi scopava forte, pacate ritmiche, palle che sbattevano. ‘Ti piace essere la mia troia da balcone?’, ansimò. ‘Sììì, scopami più forte!’. La sua mano sul clito, strofinando. Io gocciolavo sul pavimento. Paura costante: e se il vecchio del piano di sotto guarda su? Ma non potevo fermarmi. Mi girò, mi prese in braccio contro la ringhiera. Gambe aperte, cazzo che entrava e usciva, tette che rimbalzavano. ‘Vengo!’, gemetti. Lui accelerò, ‘Prendilo tutto!’. Sgorgò dentro, caldo, profondo. Io esplosi, figa che pulsava.

Crollammo ansimanti. Ci rivestimmo veloci. ‘Non dire niente’, sussurrò baciandomi. Tornai a casa, gambe molli, fica che stillava il suo sperma. Ora, ogni volta che vedo le luci accendersi nel palazzo, penso a quel balcone. Il nostro segreto carnale. La coproprietà non è più la stessa: ogni finestra è un invito proibito. E stanotte? Lo spierò di nuovo.

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