Ero sul mio balcone, con una tazza di caffè fumante in mano, l’odore forte che mi riempiva le narici. Era una sera d’estate romana, calda, umida. Dall’altra parte del cortile, l’appartamento del vicino, Marco, quello sui quarant’anni, sposato, con quel corpo atletico che mi faceva bagnare solo a guardarlo. La luce del suo salotto era accesa, tenda semiaperta. Lo vidi. Nudo. Si stava accarezzando il cazzo duro, grosso, in piedi davanti allo specchio. Il cuore mi batteva forte. Mi appoggiai alla ringhiera, le gambe che tremavano. Lui alzò lo sguardo, mi vide. Non si fermò. Anzi, pompò più forte, gli occhi fissi nei miei. Io… io mi infilai una mano nelle mutande, sfregando la fica già fradicia. Un’auto passò in strada, rombando, e io mi bloccai, ma lui no. Sorrise. Bastardo.

I giorni dopo, tensione pura. Lo incrociavo sulle scale, ‘Buonasera, signorina’, con quella voce profonda, calda. Io arrossivo, sentivo la fica pulsare. Una sera, sul balcone, lui con una birra, io con il caffè. ‘Ti piace guardare, eh?’, mi disse piano, ridendo. Io balbettai: ‘Non so di cosa parli…’. Ma lui: ‘Bugiarda. Domani sera, vieni da me. Porta solo la gonna, niente sotto’. Il mio corpo disse sì prima della testa. L’adrenalina dell’interdetto, il rischio che la moglie tornasse, i vicini che spiavano dalle finestre buie.

Lo Sguardo Proibito dal Balcone

Arrivai tremante. Bussai piano. Lui aprì, in boxer, cazzo già mezzo duro che sporgeva. ‘Spogliati qui, nel corridoio’. ‘Cosa? E se passa qualcuno?’. ‘Obbedisci, puttanella’. Mi tolsi la blusa, tette libere, capezzoli duri. Fracassai la gonna, fica rasata esposta. Lui mi tirò dentro per i capelli, chiuse la porta ma aprì le tende del salotto. Luci accese. ‘Ora a quattro zampe, troia’. Mi mise un collare improvvisato con la sua cintura, mi legò le mani dietro. Odore di sudore, di uomo. Mi spinse la faccia sul tappeto, fustigandomi il culo con la mano. ‘Dimmi che sei una fica da quartiere’. ‘Sì… sono una fica da quartiere’. Colpì più forte, il culo in fiamme, ma la fica colava. ‘Lecca le mie dita, succhia come una puttana’. Lo feci, umiliata, eccitata da morire.

La Scopata Umiliante con le Tende Aperte

Mi mise a pecorina davanti alla finestra aperta. ‘Guarda i balconi, magari ci stanno guardando’. Un vicino accese la luce di là, tenda che si mosse piano. Paura, brivido. Lui mi infilò tre dita nel culo, mentre mi vibrava la fica con un dildo unto. ‘Ti piace farti sfondare, eh?’. ‘Sì, cazzo, sfondami!’. Mi sculacciò duro, marchiandomi le chiappe. Poi mi girò, mi aprì le cosce: ‘Succhiami, troia’. Il cazzo in bocca, lo ingoiai fino in gola, lui mi teneva la testa, scopandomi la faccia. ‘Brava puttana del condominio’. Sgocciolava pre-sborra, salato. Mi tirò su, mi sbatté contro il vetro, tette schiacciate sul freddo. Mi entrò in fica di colpo, duro, profondo. ‘Urla, fai vedere quanto ti piace’. Gemevo: ‘Fottimi più forte, Marco!’. Lui mi torceva i capezzoli, mi piscava il culo con l’indice. Orgasmo violento, squirtai sul pavimento. Lui venne dentro, riempiendomi, grugnendo.

Dopo, sudati, ansimanti. Mi slegò, mi diede un bicchiere d’acqua. ‘Bravo, sei stata la mia schiava perfetta’. La moglie chiamò, lui rispose tranquillo mentre io raccattavo i vestiti. Uscii di soppiatto, balcone ancora illuminato, tenda ferma. Ora, ogni volta che vedo una luce accendersi nel cortile, mi bagno. Il condominio non è più lo stesso: segreti carnali ovunque, voyeur nascosti. E io? Aspetto il prossimo sguardo.

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