Ero sul mio balcone, con il caffè in mano, l’odore forte che saliva nell’aria umida del mattino. La siepe di tuie alta cinque metri separava il mio giardino da quello del nuovo vicino. Lui era arrivato un mese fa, solo, a pezzi dopo chissà che dramma. Lo spiavo da una fessura che avevo scoperto, il cuore che batteva forte. L’organo non suonava più da quando era arrivato, ma io sentivo i suoi movimenti. Un giorno, l’ho visto: torso nudo, sudato, che piantava alberi nel suo terreno spelacchiato. I muscoli tesi, i pantaloni bassi sui fianchi. Mi sono bagnata subito, mordendomi il labbro.
La luce tamisée filtrava tra le foglie, una macchina è passata lenta in strada, facendomi rabbrividire. Pensavo: ‘E se mi vede?’ Ma continuavo. Lui si è fermato, ha alzato lo sguardo proprio lì, sulla fessura. I nostri occhi si sono incatenati. Non ha detto niente, ma ha sorriso, piano. Il giorno dopo, un paniere con ciliegie davanti alla mia porta. ‘Grazie’, ho scritto io. L’organo ha suonato Vivaldi, il mio preferito. Sapeva che ero io a guardare.
Sguardi Rubati e Desiderio Crescente
Ho iniziato a spogliarmi sul balcone, il reggiseno slacciato, i seni liberi al sole tiepido. Lui dal suo lato, ha fatto lo stesso. Nudo, il cazzo semi-eretto che dondolava mentre zappava. Io mi toccavo piano, le dita sulla fica umida, gemendo piano. La brezza portava l’odore della terra bagnata. ‘Cazzo, mi sta guardando’, pensavo, eccitata da morire. La siepe tremava appena quando si chinava. Una sera, ho visto le sue palle contrarsi mentre si masturbava pensando a me, lo sperma schizzare sull’erba. Ho venute lì, le cosce tremanti.
Non ce la facevo più. Ho tagliato un varco piccolo nella siepe, lui ha fatto lo stesso. Ci siamo visti interi, nudi, sudati. ‘Vieni’, ha detto con voce rauca. Sono passata, il cuore in gola. Il suo giardino era un paradiso: fiori ovunque, api che ronzavano. Mi ha presa per la vita, le sue mani ruvide sulla mia pelle. Baci caldi, lingue che si intrecciavano. ‘Ti voglio da morire’, ho sussurrato.
Sesso Selvaggio con il Rischio di Essere Scoperti
Ci siamo buttati sull’erba fresca, corpi avvinghiati. Il suo cazzo duro come ferro contro la mia fica fradicia. ‘Scopami forte’, gli ho ordinato, le unghie nella sua schiena. È entrato di colpo, riempiendomi tutta, gridando il mio nome. Io urlavo: ‘Sì, cazzo, più profondo!’. Le sue spinte violente, le palle che sbattevano sul mio culo. Sudore che colava, odore di sesso nell’aria. ‘E se ci vedono?’, ho gemuto, ma quello mi eccitava di più. La casa del vecchio vicino era a venti metri, la luce accesa. Paura e adrenalina, la fica che pulsava intorno al suo cazzo.
Mi ha girata a pecorina, afferrandomi i fianchi. ‘La tua fica è strettissima’, ringhiava, sbattendomi senza pietà. Io venivo già, schizzi che bagnavano l’erba. ‘Sborra dentro!’, ho implorato. Ha accelerato, grugnendo, e poi l’ha sparata tutta, caldo fiotti nella mia fica. Siamo crollati, ansimanti, corpi appiccicosi.
Ora, la siepe è rasa, i giardini uniti. Ci salutiamo con sguardi complici, il segreto del nostro sesso carnale ci lega. Ogni rumore in quartiere, ogni finestra illuminata, mi fa fremere. La coproprietà non è più noiosa: è un nido di desideri proibiti.