Ero sul mio balcone, caffè in mano, l’odore forte che saliva nell’aria umida della sera. Milano era tranquilla, solo il rumore lontano di una macchina in via principale. Guardavo di fronte, l’appartamento del terzo piano, tende semiaperte. Lui, Marco, il vicino single, alto, muscoloso, capelli neri scompigliati. L’ho visto spogliarsi piano, camicia buttata sul divano, pantaloni che scivolano giù. Cazzo, che fisico. Il suo cazzo semi-duro che dondolava mentre si chinava. Mi sono bagnata all’istante, le mutande appiccicose.
Ho esitato, mano sul bicchiere. Lui si è girato, luce tamisée dietro, e i nostri sguardi si sono incrociati. Attraverso i vetri, un secondo eterno. Ha sorriso, malizioso, non ha chiuso la tenda. Io? Ho sentito l’adrenalina, quel brivido proibito del vicinato. Ho socchiuso la vestaglia, lasciando intravedere i capezzoli duri. Lui ha afferrato il cazzo, ha iniziato a segarlo piano, occhi fissi su di me. ‘Cazzo, mi sta guardando’, ho pensato, fica che pulsava. Il cuore batteva forte, paura che qualcun altro dal palazzo vedesse.
Lo Sguardo Proibito dalla Finestra
Ho aperto di più, mutande giù, dita sulla clitoride gonfia. Lui accelerava, gemiti muti che immaginavo. ‘Vieni qui’, ha mimato con la bocca. Io, tremante, ho annuito. Cinque minuti dopo, bussavo alla sua porta, vestaglia aperta, nuda sotto. ‘Entra, troia’, ha sussurrato tirandomi dentro. Porte chiuse, ma finestre aperte, luce da fuori che filtrava.
Mi ha spinta contro il muro, bocca sulla mia, lingua dentro. ‘Ti guardo da settimane, puttana esibizionista’. Le sue mani grosse sui miei tette, pizzicava i capezzoli. Io gemevo, ‘Fottimi, Marco, ma piano, i vicini…’. Lui rideva, ‘Che scopino, che sentano’. Mi ha girata, faccia al vetro, culo fuori. La sua lingua sul mio buco del culo, leccava piano, saliva che colava. ‘Sei fradicia’, ringhiava. Dita nella fica, due, tre, mi apriva. Io guardavo fuori, terrore eccitante: la signora del secondo piano che passeggiava col cane. ‘Se ci vede…’, ma venivo già, schizzi sulla finestra.
La Scopata Selvaggia con Rischio Vicini
Ha tirato fuori il cazzo, grosso, venoso. ‘Apri la bocca’. L’ho succhiato profondo, gola piena, bava che colava. Lui mi teneva i capelli, scopava la faccia. ‘Brava troia’. Poi mi ha sdraiata sul tavolo, gambe spalancate verso la finestra. Spettacolo per chi passava. Il cazzo dentro, uno colpo secco, fino in fondo. ‘Ahhh!’, urlavo piano. Mi martellava, palle che sbattevano sul culo. ‘Ti piace essere vista?’. Io annuivo, ‘Sì, cazzo, più forte’. Paura costante, un rumore di passi nel corridoio, vicini? Ma lui non si fermava, mi girava, culo in aria, mi sodomizzava. Dito nella fica mentre il cazzo mi sfondava il culo. ‘Stringi, puttana’. Venivo di nuovo, urlando, corpo scosso.
Ha tirato fuori, mi ha riempita di sborra calda sul viso, in bocca. ‘Ingoia’. L’ho fatto, leccando tutto. Sudati, ansimanti, ci siamo guardati. ‘Non finisce qui’, ha detto. Io sorridevo, ‘No, mai’.
Ora, ogni volta che esco sul balcone, caffè in mano, lo cerco con gli occhi. Il palazzo è cambiato: segreti carnali ovunque. Quel brivido, quell’interdetto del vicinato, mi fa bagnare solo a pensarlo. Marco? Il mio amante voyeur. E chissà chi altro ci ha visti…