Ero sul balcone, sera d’estate, profumo di caffè che saliva dalla tazzina calda. La luce tamisée dall’appartamento di fronte filtrava attraverso la tenda semiaperta. Lui, Marco, il voisin del terzo piano, era lì. Camicia slacciata, pantaloni abbassati. La sua mano andava su e giù sul cazzo duro, grosso, venoso. Pensava di essere solo, ma io lo spiavo, eccitata. Il cuore mi batteva forte. Un rumore di macchina in strada, e lui si fermò, alzò lo sguardo. I nostri occhi si incrociarono. Io sorrisi, maliziosa, e feci scivolare la mano sotto la gonna leggera, sfiorandomi la fica già umida.
Lui arrossì, ma non si coprì. Continuò a guardarmi, il cazzo pulsava. Io mi morsi il labbro, mostrandogli di più, le tette che premevano contro la camicetta sbottonata. La tenda si mosse appena, come se un altro voisin potesse sbirciare. L’adrenalina mi faceva tremare. Dopo minuti di quel gioco proibito, sentii bussare alla porta. Forte, insistente. Aprii, e lì c’era lui, Marco, con i pantaloni tesi dal rigonfiamento.
Sguardi Proibiti dalla Finestra
“Rosa, quei rumori dal balcone… mi disturbi, lo sai?” disse, ma la voce tremava, gli occhi fissi sul mio décolleté. Io lo tirai dentro, chiudendo piano. “Vieni, parliamo,” sussurrai, versandogli un rum cubano dal mobile. L’odore dolce riempì il salotto. Mi sedetti vicina, la gonna salita sulle cosce. “Scusa, ero… eccitata. Ti ho visto, sai.” Lui bevve un sorso, deglutì. “Anch’io ti guardavo da tempo.” La mia mano sfiorò la sua gamba, salì. Sentivo il suo cazzo duro sotto il tessuto. “Dimostramelo,” dissi, slacciandogli la cintura.
Lo feci sedere sul divano, gli calai i pantaloni. Il cazzo balzò fuori, cappello gonfio, precum che colava. “Cazzo, che bestia,” mormorai, leccandomi le labbra. Iniziai piano, anulare e pollice alla base, sfregando la pelle sensibile. Lui gemette, “Rosa… oh merda.” Lubrificante dalla tasca, lo spalmavo, poi lo presi a pompa forte, ruotando sul gland. “Ti piace?” chiesi, guardandolo negli occhi. “Sì, continua, cazzo.” Fermai, “Prometti silenzio, o tua moglie lo sa.” Ripresi, più veloce. Lui ansimava, il corpo teso.
Il Pompino Esplosivo con Rischio Vicini
Mi slacciai la camicia, tette libere, 90C sode, capezzoli duri. Le strinsi intorno al suo cazzo, su e giù, lenta poi veloce. “Branlette spagnola, eh?” gemette lui. “Falla esplodere qui,” ordinai. Pressavo forte, simulando una fica stretta. Lui provò a toccarmi, lo schiaffeggiai la mano. “Io comando.” “Sì, Rosa, fammi sborrare tra le tue tette!” Accelerai, stop and go, lo tenevo sul filo. Leccai il frein, bocca aperta sul gland, ma non lo presi. Lui spinse i fianchi, “Prendilo in bocca, ti prego!”
Lo ingoiai tutto, lingua che roteava, succhiando il gland mentre la mano pompava la base. “Quattro mesi di pace, ok?” Lui non rispose, solo grugniti. Sentii il rumore di passi nel corridoio, un altro voisin? L’eccitazione mi bagnò il perizoma. Lui venne, jet di sborra in gola, poi fuori, sulle tette. “Aaaah, Rosa, cazzo!” urlò, convulso. Lo mungui piano, raccogliendo ogni goccia, spalmata sul suo cazzo sensibile. “Troppo buono, mai così,” biascicò.
Lo pulii, lo spinsi fuori con un bacio. “Silenzio, o foto alla moglie.” Lui annuì, barcollante. Chiusi la porta, cuore in gola. Ora, ogni volta che vedo la sua finestra accesa, o passo nel cortile, sento quel segreto carnale. La coproprietà non è più la stessa: ogni tenda mosso potrebbe nascondere un altro desiderio. E io? Io bramo il prossimo sguardo.