Ero sul balcone, con una tazza di caffè in mano. L’odore forte mi saliva nelle narici, mescolato all’aria umida della sera. Dall’altra parte della corte, l’appartamento di Marco. Le tende socchiuse, luce gialla tamisée. Lo vedevo muoversi. Dio, quel culo sodo, quelle spalle larghe. Non lo incrociavo da dieci anni, da quando era partito. Ma lo riconobbi subito. Il cuore mi batteva forte. Un’auto passò in strada, rombando piano, e il rumore mi fece sobbalzare.

Mi sporsi un po’. Lui si girò, come se sentisse i miei occhi. I nostri sguardi si incrociarono attraverso i vetri. Esitai. Sorrisi? Sì, un sorriso timido. Lui ricambiò, le labbra che si aprivano piano. Il rideau si mosse appena, come un invito. Sentii un calore tra le gambe. ‘Cazzo, e se mi vede nuda sotto la vestaglia?’, pensai. Ma non mi mossi. La tensione saliva, proibita. Vicini, così vicini, ma separati da questi muri.

Lo Sguardo Proibito dalla Finestra

Passarono minuti. Lui sparì, poi riapparve in mutande. Il pacco gonfio, evidente. Mi morsi il labbro. Accesi una sigaretta, il fumo saliva lento. Un altro vicino accese la TV, voci lontane. Lui mi fissava ora, sfacciato. Si toccò, piano, sopra il tessuto. Io aprii la vestaglia, lasciando intravedere i capezzoli duri. ‘Vieni qui’, dissi piano, ma lui non poteva sentirmi. Eppure capì. Fece un cenno, sparì.

Dieci minuti dopo, bussò alla porta. Aprii, scalza, vestaglia aperta. ‘Ciao, straniera’, disse con voce roca. Lo tirai dentro. ‘Ti ho visto, Marco. Dal balcone.’ Rise basso. ‘Anch’io te. Sempre così troia?’ Le sue mani sulle mie tette, subito. Lo spinsi contro il muro, baciammo come affamati. Odore di sudore, caffè, eccitazione.

‘Ho pensato a questo culo per anni’, mugugnò, girandomi. Mi abbassò le mutande, leccandomi la fica da dietro. Gemevo piano, ‘Shh, i vicini…’. Ma la porta finestra era aperta sul balcone, luce accesa. Chiunque poteva vedere. Lui infilò due dita nel mio culo, bagnato di saliva. ‘Sei pronta?’ Annuii, eccitata da morire.

La Scopata Selvaggia con Rischio Vicini

Mi spinse sul tavolo, culo in aria. La sua cazzo grossa, dura, contro il mio buco. ‘Piano, cazzo…’, sussurrai. Entrò lento, dilatandomi. ‘Porca puttana, che stretto ancora.’ Iniziò a pompare, forte. Io stringevo il bordo, tette che ballavano. Un rumore di passi in corridoio, vicino. ‘Fermati!’, dissi terrorizzata. Ma lui accelerò, ‘Figurati se ci beccano, troia.’ Il brivido mi fece venire, la fica che sgocciolava.

Mi prese per i fianchi, mi inculò profondo. Vedevo il balcone, le tende mosse dal vento. ‘Guardami negli occhi’, ordinò, tirandomi i capelli. La sua verga spariva nel mio culo, gonfio. Alternava lento e brutale, il mio ano che si apriva come un fiore. Sentivo i peti umidi, la sua bava che colava. ‘Sto per sborrarti dentro.’ Sì, riempimi. Esplose, caldo, profondo. Io urlai piano, orgasmo che mi scuoteva.

Non finita. Mi mise a pecorina sul tappeto, specchi in sala che riflettevano tutto. Mi alzò le cosce, inculandomi in piedi, gambe aperte. La mia fica esposta, lucida. Vedevo il suo cazzo distruggere il mio culo nel riflesso. Tette siliconate che rimbalzavano – sì, me le ero rifatte per notti come questa. Venne di nuovo, sborra che colava sul pavimento.

Crollammo, sudati, ansimanti. Lui mi baciò il collo. ‘Un segreto nostro.’ Chiudemmo le finestre, luci spente. Ora, ogni volta che vedo le sue tende, o un vicino passeggiare, sento quel brivido. La coproprietà non è più la stessa. Ogni finestra nasconde un peccato. E io voglio di più.

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