Ero sul balcone, caffè in mano, quell’odore forte che saliva dal basso. La sera calava piano su Roma, luci gialle negli appartamenti di fronte. Il vicino, Giovanni, quello di五十 anni con la pancia morbida, aveva la finestra socchiusa. Il rideau si muoveva appena, un filo d’aria. Lo vidi. Nudo. Seduto sul divano, gambe aperte, mano sul cazzo. Piano, su e giù. La luce tamisée lo illuminava, il suo uccello medio, venoso, che si induriva. Il rumore di una macchina in strada, lontana, mi fece sussultare. Ma non distolsi lo sguardo. Il cuore mi batteva forte. ‘Cazzo, mi sta guardando?’, pensai. No, non ancora. Mi appoggiai al parapetto, la mia figa già umida sotto la gonna leggera. Aprii un po’ la tenda della mia finestra, lasciando che lui… sì, mi vide. I nostri occhi si incrociarono. Lui non smise. Accelerò, gemendo piano, lo sentivo quasi. Io? Mi toccai piano, un dito sul clito attraverso le mutandine. L’adrenalina dell’interdetto, vicini, famiglie intorno. ‘Se passa qualcuno sul pianerottolo…’
Non resistemmo. Il telefono vibrò: numero del condominio, lui. ‘Sofia, ti ho vista. Vieni da me? O io da te?’. Voce roca, eccitata. ‘Vieni tu, porta il tuo cazzo duro’. Bussò dopo cinque minuti, sudato, pantaloni tesi. Lo tirai dentro, buio in salotto, finestra aperta verso il cortile. ‘Ti ho visto masturbarti, porco’, gli dissi ridendo, mano sul suo pacco. ‘E tu la tua figa bagnata, troia’. Ci spogliammo veloci, corpi nudi uno contro l’altro. Odore di sudore, caffè vecchio. Lo spinsi contro il vetro, freddo sul suo culo peloso. ‘Fammi vedere come ti tocchi per me’. Lui obbedì, cazzo in mano, palle pesanti che dondolavano. Io mi sdraiai sul tappeto, gambe spalancate verso la finestra. ‘Guardami, Giovanni, guarda la mia figa rasata’. Due dita dentro, succhiavano, il clito gonfio. Lui gemeva, ‘Cazzo, Sofia, sei fradicia’. Paura: luce accesa di fianco, la signora del piano di sotto poteva alzare gli occhi. Ma eccitazione pura.
Lo Sguardo Proibito dalla Finestra
Mi alzò, mi mise a pecora davanti allo specchio del corridoio, finestra visibile. ‘Prendimi il culo, dai’. Lubrificante dalla mia borsa, il suo cazzo spesso entrò piano, dilatandomi. ‘Ahhh, piano, cazzo!’. Spingeva, palle che sbattevano sulle mie cosce. Io mi toccavo la figa, dita veloci. ‘Più forte, fammi urlare, ma piano che ci sentono’. Lui grugniva, ‘La tua fica gocciola sul pavimento’. Cambiammo: lo feci sedere, lo cavalcai, tette che rimbalzavano. La sua lingua sul mio capezzolo, succhiava duro. ‘Sborrami in bocca’, gli dissi. Scesi, lo presi tutto, gola profonda, saliva che colava. Lui mi teneva la testa, ‘Brava puttana del vicinato’. Esplose, sborra calda, salata, ne ingoiai metà, il resto sulla faccia. Io venni toccandomi, schizzi sulla sua pancia. Rischio costante: un’auto passò, fari sul vetro, ci bloccammo un secondo, ridemmo nervosi. Poi lui mi leccò il culo, lingua dentro, dito nella figa. ‘Ti riempio ancora’. Mi prese da dietro, missionario contro il muro, finestre aperte. Orgasmo multiplo, corpi sudati appiccicati.
Ci crollammo sul divano, ansanti, finestre ancora aperte. ‘Cazzo, che figata’, mormorò lui accarezzandomi la coscia. Io annuii, ‘Ma non dire niente, eh?’. Un bacio umido, poi si rivestì. ‘Ci rifacciamo?’. ‘Quando vuoi, vicino’. Lo vidi uscire, luce del pianerottolo. Ora ogni balcone ha un segreto, ogni finestra un possibile sguardo. Il quartiere non è più lo stesso: eccitante, vivo di desideri nascosti. Ogni caffè sul balcone, penso a lui, alla prossima occhiata proibita.