Ero sul mio balcone a Milano, con il caffè in mano, l’odore forte che saliva dalla tazza. Era sera, luce tamisée negli appartamenti intorno. Un rumore di macchina in strada, lenta, poi via. Ho guardato di fronte, casa del vicino, quel tipo sulla quarantina, atletico, solo da mesi da quando la moglie l’ha lasciato. Il rideau si muoveva piano, come se… e cazzo, eccolo lì, in mutande, la mano che si strofinava sul pacco gonfio. Mi ha vista? Ho sentito un brivido, le tette che si indurivano sotto la camicetta leggera.
I nostri occhi si sono incatenati attraverso i vetri. Lui ha smesso un attimo, ma poi ha continuato, tirando fuori quella verga grossa, dura come il marmo. Io… non so, l’adrenalina mi ha presa. Ho slacciato un bottone, piano, lasciando intravedere il reggiseno di pizzo. Lui ha accelerato, pompando forte, gemendo forse, ma il traffico copriva. Il cuore mi batteva, proibito, così vicino, un palazzo intero che poteva spiare. Ho abbassato la mano sulla figa, sotto la gonna, già bagnata. ‘Cazzo, guardami’, ho pensato, aprendo le gambe un po’. Lui annuiva, come se capisse.
Lo sguardo che accende il fuoco
Non ce l’ho fatta più. Sono rientrata, ma lui… bum, bussano forte. Apro, sudata, eccitata. ‘Non resisto più, sei una troia da lontano’, ringhia, spingendomi contro il muro. Le sue mani ovunque, strappa la camicetta, le tette saltano fuori. ‘Leccamele, dai’, ansimo. La bocca calda sul capezzolo, succhia forte, morde. Io gli afferro la coda, dura, venosa, la tiro giù i boxer. ‘Fottimi qui, ma sul balcone, voglio il brivido’. Lo trascino fuori, la notte umida, luci accese di sotto.
La scopata selvaggia e il brivido di essere visti
Mi piega sul parapetto, gonna alzata, mutande strappate. ‘Sei fradicia, puttana’, dice, e sbatte dentro con un colpo secco. ‘Aaaah sììì!’, urlo piano, la figa che lo ingoia tutto, 20 cm di carne rovente. Pompa selvaggio, palle che sbattono sul culo, ‘Ti fotto come una cagna, mentre tutti guardano’. Paura mista goduria, un’auto passa lenta, fanali che sfiorano. Io spingo indietro, ‘Più forte, spaciami la passera!’. Lui mi tappa la bocca, ma infila dita dentro, ‘Senti come sgoccioli’. Gira, mi sbatte contro il vetro, gambe aperte, entra di nuovo, figa che schizza. ‘Vengo, troia!’, grugnisce, e mi riempie di sborra calda, che cola giù le cosce.
Ci calmiamo ansimando, sudati, lui ancora mezzo dentro. ‘Cazzo, che scopata’, sussurra, baciandomi il collo. Rientriamo piano, rideau chiuso stavolta. Ora ogni volta che esco sul balcone, sento i suoi occhi, quel segreto sporco che lega il palazzo. Il vicinato non è più lo stesso, ogni finestra nasconde un desiderio, un rischio. E io? Io voglio di più.